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29/05/12

Ordinanza “anti piccioni”, respinto il ricorso In evidenza

Nel 2010 da Palazzo di Città fu emanata un'ordinanza a firma del Sindaco Luigi Perrone finalizzata al «contenimento numerico delle colonie di colombi urbani nel territorio comunale».
La base della «necessaria e improcrastinabile» ordinanza era posta come «motivo sanitario» perchè «numerosissime colonie di colombi» potrebbero portare malattie anche agli uomini.

L’ordinanza fu impugnata dalle Guardie per l’Ambiente che presentarono un ricorso straordinario dinanzi al Presidente della Repubblica per ottenerne la sospensione immediata e la revoca.
Nei giorni scorsi, però, il Consiglio di Stato ha ritenuto infondato il ricorso, facendo quindi tornare d'attualità la cosidetta "ordinanza anti piccioni"
I giudici hanno infatti sottolineato che l’ordinanza «è di impatto modesto sulla specie animale e trae origine dalla richiesta dell’ufficio igiene e prevenzione della Asl Bari dopo le numerose segnalazioni effettuate dai cittadini».
Secondo i magistrati, il provvedimento è stato quindi assunto «per ragioni di igiene e sanità pubblica, vista la necessità di tamponare una vera e propria emergenza legata al notevole afflusso e stanziamento di colombi all’interno del centro abitato».
«Questi volatili - si legge nell’ordinanza sindacale - per la loro natura endemica sono serbatoio di parassiti e vettori di numerose malattie infettive che facilmente possono colpire la popolazione umana e gli animali domestici. In più gli escrementi dei colombi provocano danni alle superfici murarie a causa delle sostanze acide che derivano dal guano».
Ad attirare ed aumentare il numero dei colombi in città contribuisce anche la loro facile possibilità di nutrirsi da parte dei volatili semplicemente beccando il grano sparso nelle aree di pertinenza dei diversi molini presenti sul territorio.
Per correre ai ripari, quindi, l’ordinanza impone ai cittadini di non dare da mangiare ai piccioni e di impedirne l’accesso a tutti i siti in cui possono nidificare o trovare riparo come finestre, sottotetti o solai aerati, attraverso la chiusura o l’installazione di reti metalliche.
Ai proprietari degli immobili toccherà anche provvedere alla pulizia periodica delle parti esterne delle costruzioni imbrattate dagli escrementi dei volatili. I titolari dei molini, invece, dovranno fare la loro parte somministrando ai colombi un particolare concime antifecondativo.

«Il relatore del parere reso dal Consiglio di Stato, già magistrato assegnato al TAR Puglia di Bari, ha praticamente ignorato la costante e granitica giurisprudenza che vede i colombi quale fauna selvatica, riferendo, in ogni modo, che la correttezza del provvedimento è basato più sul limitato spazio temporale che nel merito vero e proprio», fanno però sapere le GUARDIE PER L'AMBIENTE.
«Pur continuando ad avere legittime perplessità sull’operato del magistrato, ma per dovuto rispetto ne accettiamo i contenuti, dobbiamo rilevare come l’art. 2 lettera g) del Regolamento Europeo n°1774/2002 dia una inequivocabile definizione di animale selvatico, ovvero un animale non detenuto dall’uomo (come i colombi per l’appunto).
Ed è per questo che, nell’esercizio di un diritto di appello esibito nel perimetro dell'ordinamento democratico, abbiamo già presentato un esposto alla Commissione Europea di Bruxelles in cui si rileva che la Repubblica Italiana, rappresentata nei fatti in parola dal Comune di Corato, non rispetta il Regolamento CE nella parte in cui definisce il concetto di "animale selvatico". E questo senza ombra di dubbio». (Coratolive.it - 29/03/2012)